Attualità/Libri

Il mondo prima della Grande Guerra

In questo 2014 ricco di celebrazioni in ogni parte d’Europa, in memoria dello scoppio della grande guerra, ci sono anche alcune iniziative e tentativi interessanti di approcciarsi alla Memoria.

Fra questi, sicuramente c’è Notizie dal Fronte, una sorta di diario delle vicende che avvennero esattamente cent’anni fa, con dovizia di particolari, accuratezza storica, nonché approfondimenti sui personaggi che si resero protagonisti, allora, e tornano a vivere, oggi. Un esperimento storico di pregiatissima fattura. Ogni giorno un dispaccio, una cronaca, come la Storia potesse tornare sempre uguale a sé, come se ci sorpassasse ogni giorno, anzi, ci travolgesse. Bravi!

C’è anche chi, invece, cerca di tornare indietro per capire perché, e come, la grande guerra è stata in qualche modo una pugnalata nello stomaco di un’Europa e un mondo in realtà all’avanguardia, positivista e ottimista. Cercare di comprendere come quello fu il primo atto del Novecento (come ebbe a dire il compianto Hobsbawm), il secolo breve caratterizzato dai totalitarismi e dalle grandi tragedie collettive. Un secolo inaugurato nel 1914.

Qual è la linea di demarcazione, quale il limite non oltrepassabile, che allontana e avvicina, come un’altalena di fronte ad uno specchio, il mondo pre e quello post prima guerra mondiale?

Cerca di scoprirlo Charles Emmerson nel suo saggio 1913, di cui parla Rivista Studio in questi giorni.

Siamo nell’anno precedente allo scoppio della prima guerra mondiale, a Gand (in Belgio), dove si svolgeva l’Exposition Universelle.

È un “tropo” che torna utile per presentare al lettore l’istantanea di un’Europa festante, in armonia e all’avanguardia, ammirata dai propri e altrui progressi tecnologici, compiaciuta del proprio benessere ma soprattutto inconsapevole di trovarsi nei pressi di una catastrofe.

 

Come scrive Cesare Alemanni su Studio; un prologo perfetto, il dramma è nascosto in casa, pronto a manifestarsi; “il mondo primo della grande guerra” (questo il sottotitolo di 1913) era un mondo quasi globale, quasi urbanizzato, lo stava diventando con una rapidità inquietante. Era – quasi – il mondo di oggi.

1913 è suddiviso in 21 capitoli, in ognuno si mette sotto la lente d’ingrandimento un aspetto e una città del mondo, partendo da Gand e passando per Londra, Tokyo, Teheran, Roma, Buenos Aires, San Pietroburgo etc.

Un racconto asciutto e dal taglio cronachistico, che prescinde dalla tragedia incombente che anzi è tutt’altro che inevitabile, o almeno così sembra.

Il 1913 è, per esempio, infatti l’anno in cui, in occasione di un matrimonio reale, a Berlino si incontrarono e assicurarono mutua collaborazione e amicizia i tre più potenti regnanti (nonché lontani cugini) d’Europa, Giorgio V d’Inghilterra, lo Zar Nicola II e il Kaiser Guglielmo II. In quell’occasione, nei negozi di souvenir di Berlino, andarono a ruba ritratti del Re e della Regina inglesi così come riproduzioni della Union Jack sventolate dalla folla al loro passaggio.

Grandi avvenimenti o piccole storie, come quella di un turista indiano che per la prima volta arriva a Londra, quella-Londra-lì che è capitale incontrastata, centro assoluto, industriale, multietnico, simbolo di un mondo nuovo, che incarna i valori dell’apertura, della prima globalizzazione (tratto distintivo del Commonwealth). Quello stupore che si provava anche di fronte a Berlino; un mondo nuovo, non privo di contraddizioni:

A quel punto ci siamo trovati alla vista di un mondo del tutto alieno. Non sapevano dell’esistenza di queste centinaia, migliaia che “si recano al lavoro in file da due o tre col passo svelto, perlopiù senza parlare, affrettandosi verso il grande Moloch, la fabbrica il cui richiamo fischia alle 6 del mattino – mentre noi ci rotoliamo ancora una volta nel letto – e annuncia che la vita individuale dei suoi abitanti è finita per le 11 o 12 ore successive.

Da una parte l’Europa, con un “sottobosco socialista”, dall’altra gli Stati Uniti dove già Wilson aveva a che fare con banchieri e mercati, ma anche con la “concorrenza” della potenza argentina (che secondo molti commentatori dell’epoca avrebbe assunto la guida del continente sudamericano)

C’è anche un piccolo spazio per l’Italia nel libro dell’australiano Emmerson, dedicato alla bellezza del paese e all’unificazione del paese; la città di Roma come simbolo immanente delle contraddizioni del paese, tra l’innovazione e l’incapacità di riformarsi (gufi e rosiconi ante litteram, ndr)

AB

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