Attualità

Davvero basta un secchio d’acqua gelata?

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Negli ultimi giorni non c’è stato momento in cui non avessimo davanti agli occhi (televisione, social network, internet…) qualcuno che si rovescia un secchio di acqua gelata in testa (o che se lo fa rovesciare), poco dopo aver nominato parenti, amici o personaggi celebri. E’ la Ice Bucket Challenge, ovvero una campagna virale finalizzata alla raccolta di fondi per lo sviluppo della ricerca contro la SLA (Sclerosi Laterale Amiotrofica). 

La SLA è una terribile malattia che colpisce il sistema nervoso e che porta alla degenerazione delle capacità motorie e alla compromissione delle normale attività dell’organismo, anche della respirazione. Negli USA è anche conosciuta come Lou Gehrig Disease, in riferimento al celebre giocatore di baseball Yankee Lou Gehrig morto ad appena 38 anni proprio a causa di questa malattia. La SLA fa 5.500 morti ogni anno negli Stati Uniti.

L’idea del meme virale avrebbe finora contribuito alla raccolta di 23 milioni di dollari dal 29 giugno ad oggi, 20 volte di più di quanto raccolto dalle associazioni per la ricerca contro la SLA lo scorso anno. Non stiamo qui ad elencare chi sono i personaggi più illustri ad aver preso parte alla sfida. Dobbiamo però segnalare che due giorni fa li co-fondatore della campagna, Corey Griffin, è accidentalmente morto annegato in Massachusetts. 

Questa efficace trovata tuttavia, avrebbe sollevato alcune critiche. Il vice-presidente della Giving What We Can (una grossa società internazionale di promozione della donazione) William MacAskill, ha dichiarato in un articolo su sbs.com che questa campagna contribuisce al fenomeno del moral-licensing, ovvero le persone sostituiscono al vero gesto solidale (la donazione) l’azione che va di moda, in questo caso il buttarsi l’acqua gelata in testa. Inoltre, continua MacAskill, questa campagna avrebbe cannibalizzato tutto l’ambito delle raccolte fondi, attirando l’attenzione anche di coloro che avrebbero potuto donare verso un altro ente che si occupa di un altro disturbo. 

E’ lo stesso ragionamento che propone anche Julia Belluz su Vox. scrive per essere chiari, la SLA è una malattia terribile, sottolineando che la sua intenzione non è comunicare l’errore che si fa nel donare del denaro alla ricerca contro la SLA. L’errore, secondo lei, sta nel decidere a chi donare i propri soldi in virtù di un fenomeno mediatico come quello a cui stiamo assistendo. 

You’ll notice that large fundraisers can have a pretty significant impact on raising money for causes — and also that there are big gaps between the diseases that affect the most people and those that net the most money and attention.

La relazione che c’è tra i fondi raccolti per la ricerca contro una malattia (o una causa di morte in generale, come potrebbe essere il suicidio) e il numero dei morti che questa causa (negli US) non è positiva. E’ casuale. Lo si vede bene da questo grafico che riportiamo direttamente da Vox (cliccate per ingrandirlo)

Ma allora come dovremmo scegliere per quale causa donare i nostri soldi? MakAskill suggerisce semplicemente di pensarci, ma di tenere a mente che donare in favore dello sviluppo e la diffusione delle condizioni di salute contribuisce ad aiutare cento volte di più rispetto che alla donazione verso enti che si occupano di singole malattie. Un esempio: con 56mila dollari si contribuisce al miglioramento della qualità di un anno di vita ad un malato di SLA, ma anche al miglioramento 500 anni di vita se con quei soldi si comprano zanzariere contro la malaria. E’ chiaro che serve un bilanciamento delle due direzioni, giocare a chi sta peggio e a chi necessita di più fondi sarebbe un errore. Esistono comunque tante guide che possono essere d’aiuto nel momento in cui vogliamo scegliere verso cosa donare i nostri soldi, una di queste è Charity Navigator

Un’altra critica mossa all’Ice Bucket Challenge si riferisce al fatto che quando le persone girano il loro video che poi postano sui social network si dimenticano di ricordare quali sono i passi da seguire nel caso in cui qualcuno volesse fare una donazione. Una dimenticanza che a quanto pare però non ha minato l’efficacia della campagna, contrariamente a quanto titola oggi Il Fatto Quotidiano. 

Dunque 

The choices we make about where to donate money for health causes aren’t always rational

scrive la Belluz, in riferimento al fatto che sono quello che i nostri idoli fanno che guidano il nostro comportamento (un fenomeno che la psicologia ha spiegato con gli studi sugli effetti persuasivi delle caratteristiche della fonte). Come ogni cosa, anche questa campagna può avere le sue conseguenze negative, tra cui il cannibalismo mediatico, il dimenticarsi di donare (ma guai a spezzare la catena) e in generale il protagonismo, come dice MakAskill. E’ bellissimo vedere le trovate che qualcuno ha avuto con la finalità del fare del bene e saremmo ancor più felici se oltre che a prender freddo simpaticamente, le persone contribuissero concretamente anche alla causa. Ma la diffusione virale di una buona azione quanto compromette di tutto il bene (utile) che potremmo fare, magari senza prendere freddo?

 

Fonti: Vox, Wikipedia, Giving What We Can, Il Foglio, Francesco Costa.

Foto: gettymages.it

AM

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One thought on “Davvero basta un secchio d’acqua gelata?

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