Attualità

Che dicono i giornali sull’astensionismo in Calabria ed Emilia Romagna

Ieri, domenica 23 novembre, si è votato in Emilia Romagna e Calabria per l’elezione di presidente e consiglio regionale. In entrambe le regioni ha vinto il candidato del Partito Democratico – in entrambi i casi piuttosto prevedibilmente, ma il dato su cui ci si sta concentrando di più in queste ore è quello dell’affluenza alle urne, che è calata molto rispetto ai dati precedenti.

In Emilia ha votato soltanto il 37,7% degli aventi diritto (nel 2010 il 68,1%), in Calabria il 43,8% (contro il 59% del 2010). Un altro dato da registrare è il fatto che la Lega sia diventata il secondo partito in Emilia Romagna (con numeri che si aggirano intorno al 23%, arrivando a doppiare Forza Italia) riuscendo ad intercettare una parte del voto di protesta (quella che per protesta è andata a votare) che in questi anni si era assodato intorno al Movimento 5 Stelle, che prende una sonora batosta nella terra “dove-tutto-era-nato” (12 e rotti per cento) e si annichilisce quasi totalmente in Calabria (3%).

Questi i dati per sommissimi capi, vediamo l’analisi dei 3 quotidiani “generalisti” più diffusi e autorevoli, con i commenti di altrettanto autorevoli firme.

Su La Stampa Elisabetta Gualmini dà una lettura diversa da quella che danno molti altri commentatori. Gualmini spiega quali sono i fattori che hanno influito sulla bassa affluenza, senza entrare (troppo) nel merito e nelle colpe politiche. Sono state elezioni “solitarie”.

Tutto ha remato contro le elezioni in solitaria di Calabria ed Emilia Romagna. L’assenza di qualsiasi traino nazionale o locale, perché non votavano le altre regioni e non c’erano altre consultazioni: né quelle per il sindaco, di cui si parla nei bar, né quelle per il governo nazionale, di cui si parla in televisione. Le indagini sulle «spese pazze» dei consiglieri regionali e le dimissioni dei governatori, non hanno certamente creato entusiasmo, anzi hanno demoralizzato parecchi elettori solitamente ligi. A differenza delle ultime regionali, si poteva votare solo in un giorno, non anche il lunedì.

Ma sono anche altri i fattori che hanno contribuito – spiega Gualmini – e che “hanno portato ad un’inversione della forchetta tra Nord e Sud.

L’elettore di opinione, che si muove per scegliere il Presidente, il partito o la coalizione, stavolta non aveva tanti stimoli per andare a votare. Soprattutto in Emilia, si sapeva già chi avrebbe. […] E così il circuito si è autoalimentato. Gli stessi avversari, dividendosi o ritraendosi, hanno tolto qualsiasi mordente alla contesa. Fino a farla scomparire dal radar dei media e di una consistente quota di elettori. […] A ben vedere, quindi, l’inversione della forchetta, non rende più clamoroso il flop, ma in parte lo spiega. Gli elettori italiani sono sempre meno identificati con i partiti. Sempre meno vanno a votare per confermare la propria lealtà. Ci vanno se serve, mossi più dalla tv che dagli apparati, anche nell’Emilia rossa. Votano per scegliere chi deve governare o per dimostrare dissenso. Stavolta le alternative non c’erano e il dissenso dell’antipolitica era spento.

Quello descritto nelle ultime righe del pezzo di Gualmini è un processo in corso da alcuni anni, acceleratosi negli ultimi mesi, che coinvolge non solo la politica, ma tutto i corpi intermedi. Prende il nome di disintermediazione. Parte da qui il corsivo di stamani di Pierluigi Battista sul Corriere della Sera. Sostiene Battista che Renzi ha puntato troppo sulla disintermediazione, e ha fallito. L’astensionismo è la prova della ritorsione dei corpi intermedi, soprattutto in Emilia Romagna.

L’Emilia-Romagna in cui crolla la percentuale di chi si reca a votare è il regno dei «corpi intermedi», dalle cooperative al sindacato al partito di stampo tradizionale, che innervano la società, la integrano, le danno coesione politica. Matteo Renzi gioca tutto il suo appeal sulla «disintermediazione», sul rapporto diretto tra il leader e gli italiani saltando la mediazione dei corpi intermedi. Ma il massiccio astensionismo di ieri in Emilia rappresenta la reazione ritorsiva dei corpi intermedi. Se il sindacato viene messo con le spalle al muro, chi si identifica con la cultura e la politica che si sono insediati nel sindacato decide di disertare le urne. Si può dire che in Emilia le elezioni mancano del pathos dell’incertezza e del «voto utile», visto che il risultato è scontato: ma è sempre stato così, e mai l’astensionismo ha raggiunto livelli tanto allarmanti. Si dice anche che l’astensionismo è una sindrome molto diffusa già da tempo e che pure il sindaco di Roma l’anno scorso è stato votato da meno della metà dei romani. Però in Emilia si è assistito a un crollo. E mai avremmo potuto immaginare che l’Emilia si potesse dimostrare più astensionista della Calabria.

Un fenomeno che prescinde dai colori politici, non è che tenda più al rosso che all’azzurro o al giallo (di questi tempi solo quelli vestiti di verde/nero sono andati in massa, forse). Tutti sono sfiduciati, persino quelli che furono elettori grillini oggi non vanno a votare. Ma è chiaro che gli occhi sono puntati sul PD, che, pure, ha vinto.

Ma non si può separare il destino dell’Emilia dal partito che, pur tra mille rotture, evoluzioni e discontinuità rappresenta e incarna l’eredità del Pci, la sua presenza capillare, la sua ramificazione in tutti i gangli sociali, cooperativi, sindacali, associativi. E dunque se in presenza del messaggio ottimistico ed elettrizzante del premier che è anche il segretario del partito che gode del massimo insediamento emiliano l’elettorato risponde così freddamente, la percezione del rifiuto appare inequivocabile. E si evidenzia ancora di più che l’intero arco dei partiti, grillini inclusi, coinvolto nello scandalo dell’uso disinvolto dei fondi pubblici non dà agli elettori l’ossigeno per la minima fiducia.

Dunque, ancora una volta, la CASTA!1! che continua a nutrire la sfiducia dell’elettorato.

Ovvio che questo andazzo intollerabile abbia alimentato un rigetto disilluso e indiscriminato. E che il comportamento disdicevole dei consiglieri regionali abbia confermato e rafforzato una tendenza astensionista oramai solida e che ieri in Emilia ha assunto le caratteristiche di un crollo. Un campanello d’allarme per tutti i partiti, per le Regioni, per il premier e anche per i suoi avversari. Una data spartiacque. Un altro simbolo che si spegne.

Forse Pigi Battista esagera, forse no, Renzi sostiene ad esempio che i suoi avversari “a sinistra” (quelli delle piazze e degli scioperi, per intenderci) sono allo “zero virgola”, e certamente è vero. Dunque non è la disintermediazione il problema? Stefano Folli su Repubblica sostiene che, se il voto non sarà un test sulla salute del governo, nemmeno potrà essere sbandierato come un suo successo, benché il dipingere l’Emilia come terra stretta e chiusa nella sua ideologia fosse sbagliato da diversi anni (e segno ne fu la vittoria di Pizzarotti a Parma).

La fase post-ideologica era cominciata da un pezzo anche fra Bologna, Modena e Forlì. Tuttavia, poiché l’Emilia Romagna non è il Nebraska, il crollo repentino dell’affluenza è un dato dai risvolti politici che andranno indagati a fondo alla luce dei risultati reali. Anche perché è opinione diffusa e radicata che il voto emiliano-romagnolo non sarà neutro, cioè non sarà privo di conseguenze sul piano nazionale. Non sarà un test sulla salute del governo, aveva anticipato con prudenza la Boschi; ma nemmeno potrà essere sbandierata come un successo di Renzi la probabile assegnazione al Pd dei due nuovi «governatori ». Né Beppe Grillo, dal canto suo, potrà annettersi gli astenuti, quasi fossero una corrente esterna dei Cinque Stelle che va a colmare il calo di consensi del movimento. L’astensione stavolta colpisce insieme la politica e l’antipolitica e merita una riflessione distinta dalla propaganda.
Una sconfitta per tutti, non solo per Renzi, che pure subisce un altro sciopero, quello del voto della “sinistra”.
La Cgil è forte e influente nella regione, così come è estesa più che altrove la rete del potere locale ancora legata al vecchio assetto del partito. Il braccio di ferro in corso sul piano nazionale non poteva non avere riflessi in Emilia Romagna, anche se Bonaccini era tutt’altro che un candidato di rottura e nessuno, peraltro, aveva previsto un simile tracollo. Che Renzi perdesse consensi nel vecchio mondo legato alla storia del Pci e del sindacato, era comprensibile. Ma il futuro del fenomeno politico intestato al presidente del Consiglio sarà deciso da un unico, determinante fattore: la capacità del giovane leader di conquistare altri voti (parecchi voti) in settori nuovi della società, in modo da compensare quelli perduti e allargare la base sociale di riferimento. Quel che è certo, da oggi comincia una fase nuova del «renzismo». L’attacco frontale alla sinistra e al sindacato disorienta e non paga, anche se poi la vittoria elettorale, in termini strettamente numerici, magari arriva lo stesso. Se a destra cresce un personaggio, che può essere anche Salvini, ecco che l’espansione del Blair italiano può incagliarsi.
AB
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