Attualità/Tech

Il problema dei moderatori

Adrian Chen è un giornalista di Wired e sul numero 55 della rivista ha scritto un lungo articolo che si intitola L’insostenibile pesantezza della censura. Chen è andato nelle Filippine a vedere come lavorano i moderatori dei social network, ovvero coloro che pagati 500 dollari al mese, se non meno, passano 8 ore al pc al giorno a guardare tonnellate di contenuti che vengono caricati dagli utenti sui social network. Il concetto è questo: una volta che il dentifricio è uscito dal tubo è difficile rimetterlo dentro, ma qualcuno, se il dentifricio non è adatto, dovrà pur farlo. Quindi, se sul tuo monitor passa un contenuto, un video, un’immagine che possa essere considerata nociva, pericolosa, da censurare, non devi far altro che cliccarci sopra, eliminarla, tornare sulla home e ricominciare. E così via.

Gran parte del lavoro di moderazione viene fatto all’estero e non nel paese in cui molti social network hanno la sede legale, ovvero gli Stati Uniti. Si calcola che siano quasi 100.000 le persone che hanno trovato lavoro come moderatori, alcuni pagati da agenzie di controllo esterne, altri stipendiati direttamente dall’azienda network. Scrive Chen che la metà della forza lavoro legata ai social media può essere identificata con i moderatori. E’ anche vero che in alcuni casi, i social network utilizzano la cosiddetta moderazione reattiva, ovvero sono gli utenti stessi a segnalare contenuti che potrebbero essere considerati offensivi, pedopornografici, pornografici, violenti, inneggianti alla violenza, ecc, ma si calcola che i moderatori di Facebook siano 14 volte il numero dei dipendenti di Facebook stessa.

Fare quel mestiere significa esporsi quotidianamente e per diverse ore a immagini di ogni tipo, ovvero a tutta la perversione di cui è capace un essere umano munito di macchina fotografica/videocamera e personal computer o dispositivo collegabile alla rete internet. Le conseguenze su questi lavoratori possono essere devastanti, tanto da spingere numerose aziende ad assumere orde di psicologi che si occupino di dare consulenza a coloro che dopo una giornata di lavoro, di quel lavoro, abbiano bisogno di staccare, rivelare ciò che hanno dovuto cancellare affinché tutto il mondo non le vedessero. Come ti sentiresti a guardare video pornografici per 8 ore di seguito? A volte basta molto meno. Basta l’immagine di apertura del video. E’ in grado di segnarti per sempre, come è successo ad una ragazza, Maria, che dopo tre anni di moderazione ha deciso di dedicarsi agli studi in medicina. A proposito di un filmato pedopornografico dice

Non so se riuscirò a dimenticarlo. L’ho visto molto tempo fa, ma mi sembra di averlo visto solo ieri

Le tante ore di pornografia rendono insensibili e inibiscono l’attività coniugale. Nelle aziende più attente avviene un colloquio e una somministrazione di test al momento dell’assunzione, seguiti da ripetuti follow up periodici, ma a volte non basta. Una psicologa assunta da un ufficio di moderazione filippino dice che i sintomi somigliano a quelli del disturbo post-traumatico da stress, quello con cui tornano i soldati dalla guerra, per capirci.

La gran parte dei moderatori, al di là della paga, al di là delle Filippine o degli Stati Uniti, non regge più di cinque mesi il proprio incarico, preferendo quei lavori dove si indossa una cuffietta in testa, quegli stessi lavori che pensavano di essersi lasciati alle spalle essendo stati assunti da Google, da Facebook, da Twitter, o da uno dei tanti social network che corrono meno di bocca in bocca.

Eppure, grazie al lavoro di queste persone, contenuti scabrosi, offensivi, violenti e impressionanti restano censurati sulle nostre Home e bacheche. Dietro quella sembianza meccanica, perfetta ed artificiale, si nascondono 100 mila volti umani che ci tutelano a loro volta da altrettanta umanità. Immaginate la loro assenza: andate a refreshare la vostra prima pagina di Facebook e chiudete un attimo gli occhi. Sicuri di volerli riaprire?

AM

Fonte: Wired n.55 (dicembre ’14 – gennaio ’15)

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